Wegmarken

sabato, 11 ottobre 2008

Kitsch

La riflessione parte da un articolo di Aldo Grasso pubblicato il 31 luglio scorso sul Corriere della Sera. Con i suoi soliti giudizi tranchant, che non ammettono repliche, il critico televisivo ha stroncato tutt'insieme la produzione giornalistica di Gianni Minà, di Gigi Marzullo e di Red Ronnie.
«È vero, possono incontrare i più grandi come Federico Fellini, Robert De Niro o Cassius Clay ma l'immagine che ti restituiscono è inesorabilmente kitsch, la creazione di un effetto sentimentale, la necessità impellente di piacere ai più, anche a coloro che non hanno confidenze estetiche».
In particolare, ciò che viene rimproverato ai tre «derelitti» è quello di perdere inesorabilmente ogni ottima occasione per uno scoop, per una grande intervista.
«Minà (...) faceva rivedere immagini di Gino Paoli e Bruno Lauzi e parlava della scuola genovese dei cantautori e l'impressione che se ne ricavava era quella di una lunga sfilza di luoghi comuni. (...) È prigioniero del suo luogocomunismo e del suo kitsch». 
Ecco, quello che impressiona e che nell'articolo è solo tratteggiato è proprio l'idea di fallimento sistematico, di incapacità nel porre la domanda. Ma di questo si tratterà per ultimo.
Come recita il valido dizionario Garzanti
«Kitsch: s. m. invar. tendenza del gusto che predilige manufatti di stile eterogeneo o caratte    rizzati da ornamentazione eccessiva, oggetti d'uso di forma stravagante, imitazioni dozzinali di opere d'arte e sim.: il portafiori a forma di torre di Pisa è un esempio di kitsch».
Come Grasso accenna qui ci sono quattro riferimenti precisi da seguire: Hermann Broch, Clement Greenberg, Theodor Wiesengrund Adorno e Milan Kundera.Il Kitsch è il male, è la cattiva coscienza, è il pro-dotto che non si confà alla sua funzione, è l'accademia, è la sterile riproposizione di un modello nella sua serialità.
Il Kitsch, quindi, non è un momento esclusivamente estetico. Tutt’altro. È soprattutto una parola, un significante volto a racchiudere in sé, a sintetizzare l’orientamento ritenuto apparentemente errato nel confrontarsi con il mondo.
Tant’è vero che lo stesso Grasso nel suo tagliente commento ci consegna la definizione di Kitsch di Hermann Broch, una definizione poco estetica.
 
«Il kitsch è il bisogno di guardarsi allo specchio dell’inganno che abbellisce e di riconoscervisi con commossa soddisfazione».
 
Dunque, il giornalista kitsch come Gianni Minà si guarda allo specchio e si commuove, autocelebra se stesso nel momento in cui gli si offrono dinanzi i protagonisti della nostra epoca. Quello che Grasso però trascura per ragioni ovvie di sintesi è la visione kunderiana del Kitsch ampiamente enucleata ne «L’insostenibile leggerezza dell’essere». Due sono i punti fondamentali da considerare.
 
«I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente tali da potere essere condivisi da una gran quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è invece collegato alle immagini fondamentali che le persone hanno nella memoria. (…) Il Kitsch fa spuntare una dietro l’altra due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato. La seconda lacrima dice: Com’è bello essere commossi insieme a tutta l’umanità a alla vista dei bambini che corrono sul prato! È soltanto la seconda lacrima a fare del Kitsch il Kitsch»
(gli Adelphi, 2003, pp. 256-257)
 
Un aspetto fondamentale del Kitsch è la condivisione. Il Kitsch cessa di essere tale quando ciò che indica tende a sottrarsi, a rifiutarsi. L’insolito, l’imprevisto non può essere kitsch perché non è «alla portata di tutti».
In secondo luogo, bisogna notare come il Kitsch sia tale da connotarsi come «commovente». Cioè mette in moto l’animo umano, ma in una maniera forse innaturale perché il Kitsch non si riferisce semplicemente all’altro-da-sé. Il Kitsch nega l’identità dell’Esserci nel Si dell’impersonalità.
 
«L’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch»
(op.cit., pag. 254)
 
Quella che comunemente passa come la definizione kunderiana del Kitsch non è una formula estetica, ma una formula ontologico-metafisica. L’accordo con l’essere nel Kitsch diventa categorico, assolutizzante e dunque sommamente negativo. La negazione attiene a ciò che è più propriamente umano, ossia la merda. Cioè, l’atto dell’escrezione che fa parte dell’intimità di ogni uomo che vive in una società acculturata. L’intimità, ciò che è più proprio a tutti noi, nel Kitsch viene negata, esclusa in funzione di un principio, di un’idea, di un accordo totalizzante-escludente con l’essere. Il Kitsch, dunque, è la metafisica sbilanciata sulla visività dell’idea e non più solamente l’arte della compiutezza dei dettagli che si contrappone allo schizzo, all’estemporaneità.
 
Dunque, insieme ai primi due momenti di somma condivisione e di commozione, il Kitsch contiene in sé anche l’accordo categorico negante-escludente. La commozione per il bambino che corre nel prato, già di per sé accordatesi con l’essere, esclude in maniera automatica una qualsiasi altra rappresentazione della fanciullezza che non si conformi a questa immagine. La verità del Kitsch sta nella sua auto-rappresentazione.
 
Per restare nel tema iniziale, quando Gianni Minà intervista Cassius Clay, lui sta intervistando il campione di pugilato che ha commosso il mondo intero riconquistando un titolo che gli era stato negato in virtù della renitenza alla leva, della sua adesione ai Black Muslims. E dunque Mina riflette sé stesso due volte nell’intervista con Clay: in primo luogo, per l’esposizione estensiva di questo simulacro di onesta sportività. In secondo luogo, perché condivide con l’impersonalità della massa la commozione dinnanzi al simulacro. E fin qui il ragionamento di Grasso si tiene magnificamente in piedi.
 
«Nel regno del Kitsch totalitario le risposte sono già date in precedenza ed escludono qualsivoglia domanda. Ne deriva che il vero antagonista del Kitsch totalitario è l’uomo che pone delle domande»
(op. cit., p.259)
 
Allora, stando a questa definizione, Gianni Minà non è un giornalista perché non pone delle domande, non interroga l’essente, ma si accontenterebbe di conformarvisi. E, in generale, l’arte kitsch non fa che accettare passivamente le cose nel loro mostrarsi.
 
Proviamo quindi un cortocircuito.
 
«Il domandare mira al fondamento dell’essente in quanto essente(…) Solo che per il fatto dello stesso domandare rimane incerto se questo fondamento sia veramente fondante, se realizzi la fondazione, se sia un fondamento originario (Ur-grund); ovvero se questo fondamento rifiuti la fondazione,se sia assenza di fondamento (Ab-grund); o se, infine, non sia né una cosa né l’altra, ma presenti solo un’apparenza, forse necessaria, di fondazione, costituendo così solo in non-fondamento (Un-grund)»
(Martin Heidegger, Introduzione alla Metafisica, Mursia, 1990, pp. 11-12)
 
Il Kitsch quindi non mira al fondamento, il Kitsch è la superficie, è il massimo della visibilità, dell’accordo con ciò che si mostra, che è massimamente apparente. Il Kitsch non suggerisce e non fa domande perché è totalizzante e perché in se stesso tende a negare ed escludere.
 
«Nel mondo del consenso manipolato l’arte parla solo tacendo».
 
«Il senso dell’opera è resistere alla potenza onnidivorante del Kitsch, ancora una volta la sua riuscita coinciderà con la sua negazione di sé»
(Gianni Vattimo, Morte o tramonto dell’arte in Fine della Modernità, Garzanti, 1999, pp. 59-72)
 
Adorno vede in Beckett il senso esemplare. L’estetica negativa adorniana intende l’arte come maggiore o minore capacità di negarsi.
Perché il Kitsch non è arte secondo questa concezione? Perché, come abbiamo detto, il Kitsch è ostensione, è «l’accordo categorico negante-escludente», ossia nega la possibilità della negazione, del rifiutarsi che è proprio dell’In-der-Welt-sein.
 
Per concludere questa breve discussione, bisogna dunque rimodulare questa categoria ontologico-metafisica dell’estetica in una categoria della comunicazione.
 
«L’arte è ovunque perché l’artificio è al centro della realtà. Così l’arte è morte perché, perché non soltanto la sua trascendenza critica è morta, ma perché la stessa realtà, interamente impregnata di una estetica che dipende dalla sua stessa strutturalità , s’è confusa con la propria immagine»
(Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, 2007, p. 89)
 
Il farsi sempre più immanente della trascendenza, che per Baudrillard è interpretabile come una strutturalizzazione della legge del valore, implica dal punto di vista estetico che l’arte stessa si faccia Kitsch perché incapace di distinguersi dalla sua immagine. Nel mondo dove tutto è visibile, dove si viene imprigionati in un continuo rinvio, non esiste altra forma che il Kitsch.
 
E quindi se tutto è potenzialmente Kitsch, al giornalista, che si chiami Minà o X non resta che rappresentare questo artificio. Forse perché gli manca una seria strumentazione, una tecnica per sottrarsi all’artificio. Forse perché il giornalista stesso più che interrogare, si autocompiace della stessa interrogazione. Forse perché non si riesce a porre la domanda nel suo fondamento. Insomma, quello che il Kitsch così come i mass-media non accettano è il fallimento sistematico di ogni incontro con l’alterità, la possibilità stessa del fallimento è inaccettabile. E quindi distinguere il tramonto dalla cartolina del tramonto, la verità del lasciar-essere con la sua rappresentazione non è più possibile. Sia artisticamente che giornalisticamente non abbiamo quella che Heidegger definiva «la messa in opera della verità», una Aufstellung. Ma una «messa in scena della verità» e, in questo caso, Minà, Marzullo e Red Ronnie non sono più kitsch di quanto intrinsecamente non lo sia Grasso. O noi stessi.
 

martedì, 23 settembre 2008

Il centro commerciale Disneyworld

Vado al centro commerciale = "agorauo"
Il centro commerciale è per lo più periferico e diventa un punto aggregante di chi abita in periferia. E allo stesso tempo chi abita in zone centrali si delocalizza. o come avrebbero det
to Deleuze e Guattari, si deterritorializza per partecipare a questo simulacro di scambio sociale.
Eppure, il centro commerciale è il posto dove vige la legge dell'equivalenza. Eppure tu lo chiami Disneyworld, come se fosse puro gioco, estetica, una tranquilla deviazione, «diversión» la chiamerebbero gli spagnoli...
Eppure forse c'è un punto di contatto il centro commerciale appaga in tutto o in parte i nostri desideri rimossi.

scritto da: GMDF alle ore 20:39 | link | commenti
categorie: sociologia, economia, ontologia
martedì, 24 giugno 2008

Antitrust

Una reprimenda al sistema bancario italiano su portabilità dei mutui, commissione di massimo scoperto e potenziali conflitti interesse. E un convinto plauso al governo Berlusconi per le «rilevanti» misure pro-liberalizzazioni introdotte con la manovra triennale. Il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, nella relazione annuale ha tratteggiato un ritratto in chiaroscuro del mercato italiano nel 2007. Ci sono stati pochi passi in avanti visto che l’anno scorso tra violazioni delle normative sulla concorrenza e abusi di posizione dominante l’Authority ha comminato sanzioni per 86 milioni di euro risultando la prima in tutta la Ue.
Cartelli. «I nostri ex monopolisti - ha detto Catricalà riferendosi a gruppi che in passato erano i soli operatori di un settore come Telecom ed Enel - talvolta cedono a tentazioni di ripristino delle originarie esclusive. Ai vecchi si aggiungono i nuovi monopoli locali, protetti da irragionevoli privilegi». Insomma, in Italia è evidente la tendenza a creare cartelli, ossia accordi tra società che agiscono in un medesimo ambito per non far scendere i prezzi al di sotto di una determinata soglia. «I cartelli - ha aggiunto - non sono peccati veniali, sono gravi misfatti contro la società perché corrompono la libera competizione delle forze economiche. Negli Usa sono puniti con la prigione». E gli esempi presentati non sono incoraggianti: pane, pasta e cosmetici sono prodotti nel quale le dinamiche di prezzo non si sono sviluppare liberamente. Per questo motivo l’Authority vigilerà sulla liberalizzazione della rete distributiva dei carburanti.
Massimo scoperto. Il settore bancario non è esente da colpe per la pratica di alcuni comportamenti non ritenuti in linea dall’Authority, come l’applicazione della commissione di massimo scoperto (la maggiorazione del tasso di interesse applicata ogni volta che si supera il limite di affidamento sul conto corrente; ndr), già criticata dallo stesso governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Per Catricalà si tratta di una «prassi iniqua e penalizzante per i risparmiatori e per le imprese» che «deve essere abolita». Non va meglio sul versante mutui. «Molte banche - ha sottolineato - si sono ostinatamente attardate in una prassi che riteniamo elusiva della legge che impone la portabilità dei mutui senza oneri per i risparmiatori, così da costringerci ad aprire ben 23 istruttorie». La stessa convenzione tra Abi e Tesoro per la rinegoziazione dei mutui potrà funzionare solo «a condizione che parta la portabilità».
Trasparenza. Nel settore delle banche e delle assicurazioni vi sono troppi legami tra concorrenti. L’indagine sul governo societario del comparto avviata dall’Antitrust ha rilevato che il 45% degli istituti quotati annovera tra i propri soci imprese concorrenti e l’80% conta all’interno degli organi di amministrazione persone presenti contemporaneamente nelle strutture dei competitori. «C’è un caso di impresa con ben 13 persone e un altro con 10 che siedono anche in organi di governo di altre società del settore», ha rimarcato Catricalà riferendosi a Generali e a Mediobanca. D’altronde, l’anomalia è dimostrata dal fatto che «il miglior modo per una banca o un’assicurazione di aumentare la clientela è l’acquisto di una concorrente».
Repliche. Le banche «non saranno insensibili al grido di dolore» che si è sollevato sul tema delle commissioni di massimo scoperto. Il presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi), Corrado Faissola, ha citato Carlo Alberto per evidenziare come le sollecitazioni di Antitrust e Bankitalia siano tenute in debito conto. Allo stesso modo, il presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, si è limitato a un laconico quanto incisivo «Credo che ci penseremo».
Governo ok. Particolare apprezzamento è stato espresso nei confronti del governo che nell’ambito della manovra triennale ha adottato «rilevanti misure di interesse» in tema di servizi pubblici locali, riduzione dei controlli burocratici e snellimento del processo civile. Un accento è stato posto sul rinvio al 2009 dell’entrata in vigore dell’istituto della class action, l’azione collettiva di risarcimento. Catricalà ha espresso il timore che si possano «disattendere le speranze di migliaia di persone», ma il prossimo semestre, tuttavia, «può essere utile a individuare le soluzioni tecniche che meglio corrispondono agli obiettivi di celerità dei processi». Il ministro dello sviluppo Scajola ha osservato che l’esecutivo terrà conto «delle utili valutazioni e degli stimoli dell’Antitrust che appaiono in linea con quanto realizzato dal governo».

scritto da: GMDF alle ore 21:32 | link | commenti
categorie: politica, economia, banche, antitrust
domenica, 22 giugno 2008

La Cura Termale

Per gli anziani, si sa, una bella curetta termale aiuta a sopportare meglio gli anni che passano tra artrosi, bronchiti croniche, gastriti e altri malanni. La stessa strada hanno scelto cinque partiti, colpiti da improvvisa senescenza dopo le elezioni del 13 e 14 aprile e democraticamente espulsi dal Parlamento. Si tratta delle quattro gambe della Sinistra arcobaleno (Rifondazione, Pdci, Verdi e Sd) e del Partito socialista.

Tutti alle terme, quindi, per ritrovare le forze dei bei giorni passati e far risorgere il «sol dell’avvenire»: tre formazioni si vedranno a Chianciano (Prc, Sd e Verdi), i comunisti andranno a Salsomaggiore e i socialisti a Montecatini. Acqua, fanghi e aerosol però non saranno sufficienti: le divisioni interne non promettono nulla di buono.

Prc. Dopo Bertinotti il diluvio. Quello che era il maggior partito della sinistra paga dazio alle varie correnti interne, versione all’amatriciana della gauche plurielle. Cinque mozioni cinque si confrontano in vista del congresso del 24-27 luglio ma solo due hanno chance: quella del governatore pugliese Vendola, appoggiato dall’ex segretario Giordano e quella del tandem Ferrero-Grassi. I problemi, però sono dietro l’angolo: l’ex ministro della Solidarietà sociale è pronto alla «guerra delle tessere» verificando i voti sezione per sezione per impedire che prevalga la linea vendoliana, ossia più Veltroni e meno «falce e martello».

Pdci e Verdi. I due congressi si terranno in contemporanea dal 18 al 20 luglio e le situazioni non sono poi tanto diverse a parte i necessari distinguo. Da una parte, infatti, c’è la maggioranza dilibertiana, orientata a una riunificazione con il Prc (lato Ferrero-Grassi) per poi trattare da posizioni di forza con il Pd. Dall’altra parte c’è la mozione dell’ex ministro Katia Bellillo, più conciliante con i democrat. Idem per i Verdi divisi in 6 mozioni tra le quali pesano maggiormente quella della maggioranza Bonelli-Francescato dell’ambientalismo «ultrà» e quella che si rifà a Marco Boato contraria alla «politica dei “no“».

Sd. Il movimento è adesso guidato da Claudio Fava, che ha preso il posto di Fabio Mussi e che da venerdì prossimo a domenica inviterà gli 800 delegati ad approvare un documento per avviare una costituente delle forze di sinistra.

Socialisti. E per la maggioranza di questi partiti quale miglior casa comune ci sarebbe se non quella socialista? Il problema è che pure i socialisti non sono d’accordo tra loro. Dal 4 al 6 luglio si confronteranno tre mozioni. Riccardo Nencini e Pia Locatelli si contenderanno la leadership puntando sull’attuale struttura l’uno e sull’ennesima costituente socialista l’altra. Nencini, oltreché sulla maggioranza dei delegati, conta pure sul buon esito del voto in Sicilia con il 2,8% di Enna e il 3,4% di Caltanissetta. Ricorda un po’ il dc Vito Napoli dopo le Comunali del ’93: «Abbiamo perso Roma, Milano e Napoli, ma ci sono anche segnali incoraggianti come Gerace e Pizzo Calabro».


scritto da: GMDF alle ore 19:59 | link | commenti (1)
categorie: politica, sinistra, verdi, prc , socialismo, pd , sd
lunedì, 17 settembre 2007

La distruzione

Non scrivo da oltre un anno, anche perché sono molto svogliato. Poi, negli ultimi giorni, ho assistito ad alcuni eventi che mi hanno riflettere. I «guitti» che si trasformano in politici, i sociologi che insegnano filosofia, cineasti che riabilitano il fascismo e politici che prendono congedo dalla loro storia.

Mi sono chiesto se questa sincronia fosse frutto del caso o se non si trattasse piuttosto di una conseguenza di determinate premesse. Penso che si tratti della seconda ipotesi e allora cerco brevemente di risalire alle origini.

L'Italia si regge su una serie di apparati in apparente conflitto tra loro. Queste strutture sono guidate da persone che hanno avuto una formazione abbastanza «tradizionale» e dinanzi alla crisi non sono in grado di ripensare nuovi schemi che consentano di interpretare meglio la realtà. Sui quotidiani non si fa che leggere di «crisi della politica», di «antipolitica» e via discorrendo. Ma sono solo slogan che semplificano un processo di costante distruzione delle stesse strutture sulle quali si regge la convivenza.

Il far leva sulla protezione, sulla rassicurazione, sulle ricette salvifiche è proprio di una comunicazione politica tradizionale, ma non c'è da nessuna parte un tentativo di raccogliere una sfida per interpretare questo cambiamento.

Bauman ha ribadito che «la totalità sociale non può venire ridotta a un aggregato di individui ciascuno dei quali persegua le sue finalità private». Egli sostiene che uno dei diritti fondanti della società occidentale sia quello all'autoaffermazione e che chi non riesce a cogliere questa chance viva il fallimento come un'umiliazione. Di qui le profonde scissioni che minano la naturale coesione del corpo sociale. Recuperare tale unità è un obiettivo.

Non condivido la tesi. Soprattutto alla luce di quello che accade in Italia. È proprio l'ostinazione nel conciliare tesi opposte, nel tenere insieme quello che rifiuta la sintesi il fallimento e la distruzione del corpo sociale e soprattutto dell'attuale governo del Paese.

Assistiamo a una crisi del governo-crisi, cioè di una riproposizione dello stato di necessità di schmittiana memoria che si basa sul presupposto secondo il quale bisogna cercare la coesione per superare l'emergenza (il disastro delle finanze pubbliche, la prevalenza dei poteri forti, la sicurezza, la violenza negli stadi, le mancate liberalizzazioni, ecc.). Dinanzi a tutto questo venir-meno, non si parla mai di libertà, di progetti, meno che mai di civiltà.

Non che si tratti di riportare in alto qualcosa che per sua natura si colloca in imis, però nell'assistere all'implosione di quella che ci si ostina a definire «sinistra» una cosa sorprende: la leggerezza con la quale si affronta il naufragio. Sono tutti convinti che la stessa struttura-Stato possa fornire la scialuppa di salvataggio che invocano quotidianamente nei loro discorsi. Senza che nessuno, con la propria opera, abbia fatto nulla per costruirla.


scritto da: GMDF alle ore 15:53 | link | commenti (1)
categorie: etica, politica, sociologia, crisi, stato, bauman
mercoledì, 26 luglio 2006

La Cura

«Meleta to pan».

Prendersi cura dell'ente nella sua totalità. È l'atteggiamento fondamentale attraverso il quale si esce dalla condizione del «Si», dell'impersonalità per riappropriarsi in maniera originaria del proprio rapporto con la totalità dell'ente. Si tratta di un momento fondativo della filosofia heideggeriana che proprio in questo frammento presocratico ritrova le radici del pensare, del filosofare.
Na come si ha cura dell'ente? Lasciando che esso sia ciò che è. Ovvero cercando di non insediarlo (o insidiarlo) attraverso teoria, steccati, infingimenti. Sembra ovvio ma non è così perché il primo confronto con l'alterità è sempre caratterizzato, influenzato, storicizzato. E allora si tratta di cogliere la presenzialità di ciò che è presente, lasciare che si dis-veli. Liberarsi quindi dall'Idea e dallo sbilanciamento metafisico nella visività.

scritto da: GMDF alle ore 13:44 | link | commenti
categorie: etica, ontologia
giovedì, 22 giugno 2006

L'abitare poetico

«Pieno di meriti ma poeticamente abita l'uomo».
Lo diceva Hölderlin.
Ma cos'è il «merito»? Cos'è il «poeticamente»? e, soprattutto, che cos'è l'«abitare».
Partiamo dalla fine: l'abitare è ciò che costituisce il rapporto dell'uomo con il mondo che gli sta intorno, quella dimensione costitutiva di rapporti, che costituisce le nostre esperienze. L'essere politico, il vivere nella quotidianità, il lasciarsi pervadere dal flusso emozionale dei rapporti.
Poi c'è il «merito», ossia l'aver guadagnato delle benemerenze per essere intervenuti, modificandole, in quelle costrizioni necessitanti che costituiscono il carattere bruto e primitivo della vita, il suo essere gettata in una serie di riferimenti. Un'enigma con poche possibilità di decrittazione.
Infine c'è il «poeticamente», la dimensione della poiésis, ossia la creazione di un'altra serie di riferimenti che sostituiscono, amplificano, iterano il dettato naturale.
Un metodo, quindi, per analizzare ciò che avviene, percorrerne i contorni, delimitare i sentieri e cercare un po' di luce nella radura che ci circonda.

scritto da: GMDF alle ore 14:14 | link | commenti
categorie: ontologia

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