Per gli anziani, si sa, una bella curetta termale aiuta a sopportare meglio gli anni che passano tra artrosi, bronchiti croniche, gastriti e altri malanni. La stessa strada hanno scelto cinque partiti, colpiti da improvvisa senescenza dopo le elezioni del 13 e 14 aprile e democraticamente espulsi dal Parlamento. Si tratta delle quattro gambe della Sinistra arcobaleno (Rifondazione, Pdci, Verdi e Sd) e del Partito socialista.
Tutti alle terme, quindi, per ritrovare le forze dei bei giorni passati e far risorgere il «sol dell’avvenire»: tre formazioni si vedranno a Chianciano (Prc, Sd e Verdi), i comunisti andranno a Salsomaggiore e i socialisti a Montecatini. Acqua, fanghi e aerosol però non saranno sufficienti: le divisioni interne non promettono nulla di buono.
Prc. Dopo Bertinotti il diluvio. Quello che era il maggior partito della sinistra paga dazio alle varie correnti interne, versione all’amatriciana della gauche plurielle. Cinque mozioni cinque si confrontano in vista del congresso del 24-27 luglio ma solo due hanno chance: quella del governatore pugliese Vendola, appoggiato dall’ex segretario Giordano e quella del tandem Ferrero-Grassi. I problemi, però sono dietro l’angolo: l’ex ministro della Solidarietà sociale è pronto alla «guerra delle tessere» verificando i voti sezione per sezione per impedire che prevalga la linea vendoliana, ossia più Veltroni e meno «falce e martello».
Pdci e Verdi. I due congressi si terranno in contemporanea dal 18 al 20 luglio e le situazioni non sono poi tanto diverse a parte i necessari distinguo. Da una parte, infatti, c’è la maggioranza dilibertiana, orientata a una riunificazione con il Prc (lato Ferrero-Grassi) per poi trattare da posizioni di forza con il Pd. Dall’altra parte c’è la mozione dell’ex ministro Katia Bellillo, più conciliante con i democrat. Idem per i Verdi divisi in 6 mozioni tra le quali pesano maggiormente quella della maggioranza Bonelli-Francescato dell’ambientalismo «ultrà» e quella che si rifà a Marco Boato contraria alla «politica dei “no“».
Sd. Il movimento è adesso guidato da Claudio Fava, che ha preso il posto di Fabio Mussi e che da venerdì prossimo a domenica inviterà gli 800 delegati ad approvare un documento per avviare una costituente delle forze di sinistra.
Socialisti. E per la maggioranza di questi partiti quale miglior casa comune ci sarebbe se non quella socialista? Il problema è che pure i socialisti non sono d’accordo tra loro. Dal 4 al 6 luglio si confronteranno tre mozioni. Riccardo Nencini e Pia Locatelli si contenderanno la leadership puntando sull’attuale struttura l’uno e sull’ennesima costituente socialista l’altra. Nencini, oltreché sulla maggioranza dei delegati, conta pure sul buon esito del voto in Sicilia con il 2,8% di Enna e il 3,4% di Caltanissetta. Ricorda un po’ il dc Vito Napoli dopo le Comunali del ’93: «Abbiamo perso Roma, Milano e Napoli, ma ci sono anche segnali incoraggianti come Gerace e Pizzo Calabro».
Non scrivo da oltre un anno, anche perché sono molto svogliato. Poi, negli ultimi giorni, ho assistito ad alcuni eventi che mi hanno riflettere. I «guitti» che si trasformano in politici, i sociologi che insegnano filosofia, cineasti che riabilitano il fascismo e politici che prendono congedo dalla loro storia.
Mi sono chiesto se questa sincronia fosse frutto del caso o se non si trattasse piuttosto di una conseguenza di determinate premesse. Penso che si tratti della seconda ipotesi e allora cerco brevemente di risalire alle origini.
L'Italia si regge su una serie di apparati in apparente conflitto tra loro. Queste strutture sono guidate da persone che hanno avuto una formazione abbastanza «tradizionale» e dinanzi alla crisi non sono in grado di ripensare nuovi schemi che consentano di interpretare meglio la realtà. Sui quotidiani non si fa che leggere di «crisi della politica», di «antipolitica» e via discorrendo. Ma sono solo slogan che semplificano un processo di costante distruzione delle stesse strutture sulle quali si regge la convivenza.
Il far leva sulla protezione, sulla rassicurazione, sulle ricette salvifiche è proprio di una comunicazione politica tradizionale, ma non c'è da nessuna parte un tentativo di raccogliere una sfida per interpretare questo cambiamento.
Bauman ha ribadito che «la totalità sociale non può venire ridotta a un aggregato di individui ciascuno dei quali persegua le sue finalità private». Egli sostiene che uno dei diritti fondanti della società occidentale sia quello all'autoaffermazione e che chi non riesce a cogliere questa chance viva il fallimento come un'umiliazione. Di qui le profonde scissioni che minano la naturale coesione del corpo sociale. Recuperare tale unità è un obiettivo.
Non condivido la tesi. Soprattutto alla luce di quello che accade in Italia. È proprio l'ostinazione nel conciliare tesi opposte, nel tenere insieme quello che rifiuta la sintesi il fallimento e la distruzione del corpo sociale e soprattutto dell'attuale governo del Paese.
Assistiamo a una crisi del governo-crisi, cioè di una riproposizione dello stato di necessità di schmittiana memoria che si basa sul presupposto secondo il quale bisogna cercare la coesione per superare l'emergenza (il disastro delle finanze pubbliche, la prevalenza dei poteri forti, la sicurezza, la violenza negli stadi, le mancate liberalizzazioni, ecc.). Dinanzi a tutto questo venir-meno, non si parla mai di libertà, di progetti, meno che mai di civiltà.
Non che si tratti di riportare in alto qualcosa che per sua natura si colloca in imis, però nell'assistere all'implosione di quella che ci si ostina a definire «sinistra» una cosa sorprende: la leggerezza con la quale si affronta il naufragio. Sono tutti convinti che la stessa struttura-Stato possa fornire la scialuppa di salvataggio che invocano quotidianamente nei loro discorsi. Senza che nessuno, con la propria opera, abbia fatto nulla per costruirla.
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